Diving Helmet Italy by Fabio Vitale
Diving Helmet Italy by Fabio Vitale

Il tentativo di salvataggio del sommergibile F14

In una ventosa mattina del 6 agosto 1928 un sommergibile solcava la superficie del Mare Adriatico uscendo dalla base navale di Pola. In torretta il Comandante Isidoro Wiel scrutava l’orizzonte annusando l’aria salsa che gli veniva incontro.

Nel ventre del sommergibile “F.14” era al lavoro il resto dell’equipaggio, in tutto 27 uomini.

Il sommergibile “F 14” era un mezzo non più moderno perché costruito durante la prima guerra mondiale ma affidabile e robusto.

Dislocava 262 tonnellate in emersione, con una lunghezza di 45,6 metri, una larghezza di 4,22 metri, e un’immersione di 3,10 metri. La profondità di collaudo era di 45 metri.

L’unità “F 14” era salpata da Pola insieme al suo gemello “F 15” per partecipare alle manovre divisionali dell’Alto Adriatico congiuntamente con mezzi navali provenienti sia dalla base di Venezia che da quella di Pola.

La sua missione era di portare un attacco all’esploratore “Brindisi” scortato dalla 5^ Flottiglia Ct e dall’esploratore leggero “Aquila”.

Raggiunto il momento prestabilito, il Comandante Wiel diede ordine di immersione e si preparò ad eseguire la manovra d’attacco.

A questo punto i resoconti si fanno meno certi e probabilmente un concorso di cause provocò la tragedia. Infatti, l’“F 14”, nel portarsi a quota periscopica per l’attacco emerse a poppa del Cacciatorpediniere “Abba” e a breve distanza dal Cacciatorpediniere “Missori” che seguiva, entrambi di scorta all’obiettivo.

Il Cacciatorpediniere “Abba” segnalò con le bandiere la presenza del sommergibile ma fu tutto vano. Il “Missori”, pur tentando una manovra disperata, piombò sulla poppa dell’“F 14” e con la chiglia aprì una falla nello scafo resistente.

Una falla non enorme (60 cm per 25 cm) ma devastante negli effetti.

Erano circa le 8.45 del mattino del 6 agosto e, a 7 miglia a ponente delle isole Brioni, il sommergibile “F 14” con tutto il suo equipaggio chiuso dentro si inabissò in 40 metri di fondale.

Il sommergibile “F 14” al rientro a La Spezia nel 1916 – Collezione Giuseppe Celesti - da http://associazione-venus.it

Nello schianto si era allagato il comparto di poppa con dentro quattro marinai dell’equipaggio, i primi caduti di quella disgraziata giornata. Altri due riuscirono a rifugiarsi nel compartimento adiacente quello allagato ma rimasero isolati dal resto dell’equipaggio che riuscì a rifugiarsi nei compartimenti di prua.

L’“F 14” si presentava con la poppa piantata sul fondo melmoso e la prua verso l’alto, inclinato di 70°.

Il diciannovenne Garibaldi Trolis, radiotelegrafista di bordo, si attaccò alla tastiera del morse e lanciò l’allarme.

Intanto in superficie, subito dopo l’urto, l’esploratore “Brindisi” si era ancorato sul posto per marcare la zona della collisione e due ore dopo, vista l’impossibilità di rintracciare l’“F 14”, si decise di richiamare anche l’“F 15”, già sulla strada del ritorno, per vedere se in immersione poteva riuscire a mettersi in comunicazione con il gemello a mezzo dell’apparato Fessenden.

Verso le 16.00 una squadriglia di idrovolanti riuscì a sorvolare la zona avvistando l’ombra del sommergibile affondato a circa 150 metri dal “Brindisi”. Nonostante questa indicazione i palombari non riuscirono a entrare in contatto con l’“F 14”.

Si immergevano e venivano scarrocciati dalla corrente. Le difficoltà erano notevoli e l’ansia di far presto non rendeva le cose più semplici.

L’“F 15” intanto si era messo in contatto con l’“F 14” e si era reso conto della drammatica situazione in cui versava il suo equipaggio.

A un certo punto dall’“F 14” dissero di aver sentito strusciare qualcosa di metallico sullo scafo e dall’“F 15” diedero l’indicazione di aprire le valvole della nafta per capire se questo poteva far individuare con precisione la posizione.

In superficie salì una larga chiazza di nafta proprio attorno alla catena dell’ancora dell’esploratore “Aquila”.

Dopo quasi dieci ore dall’affondamento, l’“F 14” era stato trovato. Dieci ore lunghe come l’eternità che avevano portato l’equipaggio allo stremo. Infatti, i segnali dal sommergibile si facevano sempre meno chiari e certi. L’eroico Trolis era rimasto sempre accanto al suo apparato Morse per cercare di mantenere un collegamento con i soccorritori che potesse dare forza e coraggio a tutto l’equipaggio ma, l’aria viziata e, soprattutto le esalazioni di cloro rilasciate dalle batterie allagate dall’acqua salmastra, stavano sopraffacendo gli uomini.

Alle 20,22 i palombari riuscirono ad agganciare la manichetta dell’aria all’“F 14” e la cosa venne segnalata dall’“F 15”.

Il Cacciatorpediniere “Missori”.

Ci fu ancora una risposta di Trolis e la conferma del ricevimento del messaggio sta nel fatto che qualcuno riuscì ad aprire la valvola dall’interno per far affluire l’aria dalla superficie.

Dalle 22,50 non giunsero più segni di nessun tipo dall’interno del sommergibile.

Nel frattempo, non senza difficoltà, sull’“F 14” si era ormeggiato il pontone “GA 141” e alle ore 6 del 7 agosto il palombaro Antonio Devescovi ridiscese per agganciare il cavo di sollevamento.

Il sollevamento iniziato alle ore 10,15 fu interrotto in quanto ostacolato dall’incoccio dell’ancora e della catena dell’“Aquila” sulla coperta del sommergibile.

Alle 11.00 ridiscese nuovamente il rovignese Devescovi per cercare di liberare dalla catena l’“F 14”.

Non fu un’operazione facile. Da tante ore, senza riposo alcuno, i palombari si alternavano attorno al sommergibile. La profondità era rilevante, la corrente e le condizioni del mare rendevano tutto più difficile.

I palombari che effettuarono le operazioni erano in tutto sei: cinque palombari esperti per la profondità di 40 metri e un palombaro ungherese specializzato nell’alta profondità (fino a 70 metri). Infine alle ore 18.00 del 7 agosto la torretta dell’“F 14” riaffiorò in superficie.

Quaranta minuti dopo, avendo sfiatato l’aria dell’interno, si aprì il portellone che fece uscire una nube di vapori di cloro ed entrò all’interno del sommergibile il capitano medico Guerrieri che accusò anche un malore a causa delle esalazioni.

Il Comandante Isidoro Wiel in alta uniforme

Si imbatté nella salma del sottocapo torpediniere Bruno Uicich e si poté solo constatare la morte di tutto l’equipaggio che giaceva ai propri posti. Garibaldi Trolis fu trovato riverso sull’apparecchio morse e probabilmente fu uno degli ultimi a morire.

La morte del comandante Wiel si fece risalire alle 18.30 perché era riverso nell’acqua filtrata nel compartimento e a quell’ora si era fermato il suo orologio. Probabilmente alla stessa ora, gran parte dell’equipaggio era già spirato.

Il comandante aveva annotato sul diario di bordo: “Mentre davo aria ho visto il caccia, ho accostato in fuori, ho mollato la zavorra di poppa. Siamo in quattro in camera di manovra, tre in camera ufficiali, dieci a prora, gli altri sono chiusi a poppa vittime del dovere. Serenità a bordo. Si pensa a Dio, alla Famiglia, alla Patria. Attendiamo fiduciosi.”

Il pontone porta in superficie l’“F 14”.La torretta sbuca spettrale sulla superficie del mare.

Vengono aperti i portelli del sommergibile e l’interno rivelerà la tragedia in tutta la sua crudezza.

Marinai in coperta sull’F14 qualche mese prima della tragedia, era il 24 dicembre del 1927 – Collezione Roberto Liberi - da http://associazione-venus.it

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